Nostalgia

Kiev city. Ukraine. National botanical garden the name  of N.Grishko.

Avete presente l’attimo in cui restate soli, e non avete nessuno a cui chiamare o impegni programmati a riempire quella spirale che scivola verso il vostro animo bisognoso di solitudine. Bene, in quell’istante non abbiate fretta, sedetevi e lasciate che l’aspersa luce della penombra tratteggi l’atmosfera che vi servirà per assaporare la magia dei ricordi, la scoperta della nostalgia. Respirate affondo, arrotolate la camicia sopra i gomiti, mettetevi comodi su quella poltrona di pelle in soggiorno e chiudete gli occhi. Affondate tra i braccioli intarsiati dai fili che legano le vostre profonde emozioni al mogano dei mobili e costeggiate gli spigoli levigati dalle paure che vi portate dentro. Con le palpebre socchiuse, senza sforzarvi, osservate dalla finestra. Sto parlando di quel fioco bagliore, che come cotone si fa spazio fra le pareti e la vostra mano. Il buio questa volta non deve spaventarvi, abbiate pazienza, lasciate che i brividi di freddo si scaldino con gli spasmi del tempo che state srotolando dal vostro cuore. A te, amico, chiedo cosa vedi, cosa senti, cosa sei disposto a raccontarmi; qualunque cosa vuoi tirare fuori dal cappello va bene purché abbia la consistenza dei sogni più veri. Io vedo lei, guardo quel viale e il vento che frulla le foglie, libere e disordinate, vedo quella panchina di ferro scura e dietro, la sua bellezza così giovane, con alberi sempreverdi a ricordarmi il vigore di poter essere felice in eterno. Resto immobile, a distanza raccolgo il profumo della sua pelle chiara e muovo il passo nel tentativo di raggiungerla mentre i capelli svolazzano come una danza. La fontana al centro di questa villa è ferma al tempo zero, e non vi è acqua a solfeggiare di sottofondo una melodia che sappia donare note romantiche a questo mio desiderio. Si, perché nonostante stia viaggiando nel ricordo, immagino quel dettaglio di timidezza che vibra fra le mie labbra impazienti di un suo bacio, e mi illudo che tutto possa essere perfetto, immutabile come l’affresco di autunno inoltrato che vivo fra il tappeto di fronde quasi spoglie e l’aria frizzante. Ho l’iride colorato di speranza che annega nei suoi occhi vividi. Un fermo immagine l’attimo in cui lei sorride, io mi avvicino ascoltando i passi delle mie scarpe scure, sorvolate da un vecchio jeans dritto con i risvolti alti, portati alla moda con le mani in tasca a nascondere l’emozione e l’imbarazzo. Uno studio più nitido il suo viso soffice nell’orlo di un cappello decorato da una rosa. Le sue punte come steli biondi scivolano a irradiare il verde di quelle lacrime intrappolate fra i petali che nascondono la purezza di un sorriso nostalgico, che vorrei afferrare e possedere per sempre. Il soffio di levante disorienta, i miei occhiali sembrano appannarsi e ripulirsi a tempo con il mio respiro profondo nel tentativo di calmarmi. Ripasso sottovoce una proiezione di futuro scritta su un copione e sento mia la parte. Siedo sulla panchina, piano, quasi a rallentatore, non voglio rovinare nulla perché con la sua bellezza tutto gli appartiene, anche il mio cuore. Conosco il suo nome, non diciamo nulla, ci accomunano gli sguardi ma siamo estranei in questo meridiano curvo all’orizzonte. Il tempo decide di riformulare la distanza con lo spazio e tutto resta relativo. Poi il nulla, un fremito scuote la mia anima, protesa verso un ipotetico futuro che al risveglio, lascia solamente un tonfo sordo. La luce del mattino mi travolge, apro gli occhi nel presente e in quell’attimo sento di dover amare, perché lei ritornerà, come un fiume in piena, a ricordarmi che i sogni sono disegnati sulle emozioni che la nostalgia spesso riempie con matite colorate, e non potrai fare a meno di riguardarli ad occhi chiusi, quando fa più male.

Ermanno Tamburrano

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Sempiterni pini

japon2

E mi innamoro, di ciò che vedo,

di ciò che tuona, di ciò che è mare.

Solfeggi di parole ondeggiano

nel meriggio cerato di pastello

al tramonto, e già mi pento di quello

che stasera a luci spente sospiravo.

Un tempo non troppo lontano

sorridevo e tornavo bambino, un attimo

prima di chiudere gli occhi su un mondo

che avanza nonostante io guardi sempre

più spesso i contorni di queste ombre.

Sono un uomo e i sentimenti mi scivolano

fra le mani, leggo nel vento le immagini

di solitarie sponde, riflesse di inutile

calma su acque macchiate dalla povera

gente che non si ferma a comprendere

ciò che lo circonda, così annega la speranza.

Lontano musica e parole trattengono

i tuoi sorrisi persi per sempre o forse

solo ideati dalla necessità che la natura

incastona su questo viale alberato

di fragole e sempiterni pini.

Ermanno Tamburrano

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Un treno

treno

Acqua cadde e acqua scivolò fra i rivoli di pietra,

fu notte fonda, fu abbaglio di pozzanghere

schizzate fuori dai tombini e fu silenzio.

Occhi chiusi si aprirono ai sogni

e agli incubi nascosti dietro le pesanti

tende sorrette dagli anelli dismessi

sui bastoni eretti dai passanti.

Un vociare indistinto si mescolava

al respiro legato al doppio gioco dei polmoni

e dello stomaco in subbuglio,

ancora arso dall’ansia e dalla rabbia.

La memoria si sgonfia come palloncini al sole,

le onde del mare sono ferme nel vento,

la sabbia è immota sul bagnasciuga e

tutto appare fermo,

come un quadro.

Un leggero sospiro di vento risale

e gonfia i ricordi, la spuma effervescente

riempie di bolle le onde che sbattono

e mescolano la sabbia, tutto è un calco,

e tutto rimane comunque scritto nelle impronte

che affondano nella nostra mente.

Un bisogno di reagire si scatena dietro l’impulso

di sinapsi involontarie legate alle emozioni forti

che si snodano in azioni, tutto continuerà,

tutto sarà nuovo, tutto travolgerà,

come un treno dal passato, ora pronto a partire

da quella stazione che severa osserva e aspetta,

senza dire o anticipare nulla.

Ermanno Tamburrano

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Carezze

tenerezza

Dattorno l’istinto, attento

a cogliere ogni sguardo,

pone un muro che

spesso mi protegge ma

altrettanto mi inchioda

a vivere le emozioni da

spettatore fuori tempo.

Le pause che assecondo

calcolando il rischio come

un matematico algoritmo,

hanno veicolato la mia

struttura negli anni ad

una prismatica visione

consapevole del dogma

profondo che scatena

come magma silente

le nostre reazioni.

Il risultato specchio

della perfezione

viene stravolto quando

decido di spegnere gli

allarmi e lasciare che una

mano scalfisca la mia corazza

con una carezza, e lì crollano

certezze e mi imbarazzo,

al contatto sento l’altro

comunicare senza filtri

quello che spesso sotto

i riflettori di queste maschere

per paura non confesso.

Accarezzami allora, ancora,

donami te stesso con

le dita, trascrivi i sensi

che vivi sulle impronte

che mi lasci quando scivoli

fra le mie guance e non

mi riconosco. Ne ho bisogno

anche se lo nego, e scusami

se a volte mi rifiuto di sentire

il tuo tocco a riscaldare

il freddo abbaglio

che avverto quando resto

solo e osservo me stesso

allo specchio mentendo

che la tua mano non esista.

Ermanno Tamburrano

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Nostalgia

nostalgia

Il tempo un tempo era

una pausa troppo lunga,

fuoriuscivi dagli argini

e faticavi a contenere

l’istinto di pensare al

momento in cui tutto

questo sarebbe stato

visto come nostalgia.

Ora ti fermi e guardi

indietro, mentre avanzi

con l’ansia di non vivere

abbastanza, sembra

che tutto sfugga al tuo

controllo ma è solo

il tempo con i suoi

ingannevoli rimpianti.

Il presente e la tua ombra

sono scudo di questa

battaglia, eterna, combattuta

a mani nude senza armi,

con la paura e la voglia

di tornare indietro

nonostante indietro

non si torni, mai.

Copriti di nostalgia

quando avrai freddo,

ma scaldati vivendo

sogni che diano luce

al buio che ci portiamo

dentro, sempre.

Ermanno Tamburrano

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Sbarre

carmelo

Scivoli e ti arrampichi su queste

fughe lasciate asciugare dal vento,

seguendo con le dita il ruvido che graffia

le impronte specchio della tua identità

in frantumi. Il ferro in verticale corre

verso il cielo, fissando nel cemento

le radici che non vestono coriandoli

di ruggine, lui è eterno, tu l’anello

debole. L’abbaglio sfugge al riflesso

dei pensieri sempre più schiavi di

sogni ricorrenti, il buio colora questa

bara e si respira la pazzia dell’uomo.

Filtri di polvere danno consistenza

all’aria pesante che grave, si annida

fra gli alveoli di queste parole graffiate

dalle tue mani insanguinate. Una corda

si snoda fra il crepuscolo e la notte fonda,

dove i rumori di passi e i colpi di tosse

conciliano il sonno, rotto spesso dal silenzio

assordante celato dietro tante sbarre.

L’odore di muffa filtra nelle ossa,

il lungo corridoio sorvolato da una rete

cattura ogni tentativo di fuga e ribellione,

sei uno su un milione, non abbastanza

per fare differenza. Pesante è l’ordine

da conservare in questo cubo dove le facce

sono maschere incatenate ai volti

sovrapposti a storie seppellite.

Io di guardia, tu solo in cella, il trono

di vimini ti sorregge mentre resti in piedi,

leghi le tue grida nel silenzio scalciando

la rabbia e trovando la pace, io conosco

la tua voce, e lascio, potendo scegliere,

che la speranza di libertà

prenda il sopravvento.

Ermanno Tamburrano

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Corde

chitarra-acustica-corde

Sale, piano si aggrappa

al suono che trascina

e strappa la favola che prima

cantava quand’ero bambino.

Le dita pizzicano corde,

la melodia accarezza la mia mano

stretta alla tua presa forte, e sorrido,

perché la musica vola all’orizzonte.

Fischio con gli occhi lucenti,

tra le pause che assaporo

quando torno a quei momenti

che passati, ritrovo nel tempo.

Immagino la strada, mi guardo

attorno sussurrando qualcosa

di nuovo, chiedo al vento, piano,

ma non trovo la tua mano.

Le luci si alternano alla ricerca

di un motivo che dia un senso,

non chiede voce la speranza,

si alza nell’albore all’improvviso.

Chiara, come questa luna

che non mi abbandona e mi

culla, tra le foto ritagliate

e ricucite ad una ad una.

Sogno, anche quando mi addormento

immagino e vivo quei tormenti,

che battono e non mi lasciano

tranquillo, ma tanto ti conosco

e ti aspetterò, nonostante

il destino suoni una chitarra

dalle corde pizzicate.

Ermanno Tamburrano

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