Il mio ragazzo

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I tempi a cavallo tra la scuola elementare e le medie mi sono rimasti impressi, cuciti addosso, stampati nella memoria. I motivi credo siano riconducibili ai ricordi che mi appaiono, nitidi, oggi più di ieri, come le figure che mi rilassavo a disegnare quando il maestro ci lasciava la libertà di immaginare. Ed io mi divertivo tanto. Alcuni miei compagni si annoiavano, pensando a chissà cosa, li vedevo strani, distanti. Ricordo il sole, e mentre cambiavo i colori fra le mani guardavo spesso fuori. Cercavo sempre di avere un banco che desse sul cortile, una finestra che mi permettesse di sognare, perché dopo un po’, lo devo ammettere, ascoltare la lezione mi stancava. Preferivo stare in mezzo ai ragazzi, o almeno era quello che ricercavo con entusiasmo, per fare nuove conoscenze. Questo nei primi anni, quando non potevi andare in classe senza grembiule e dovevi avere un borsellino ordinato, con uno zaino sulle spalle di libri immacolati. Volevo un contatto con altri bambini, scodinzolando fra le diversità come un cucciolo alla scoperta di nuovi odori, col suo naso a fare da lente d’ingrandimento sui poteri del creato. La mia famiglia mi ha sempre amato, ma loro erano una certezza, sapevo che sarebbero rimasti sempre nello stesso posto a volermi bene incondizionatamente. Ma sapevo e avevo intuito che non era quello il mondo. Il mondo era fuori, con gli estranei, mi sentivo come una calamita da loro attratto senza un motivo apparente. Avevo bisogno di conquiste, di carezze meritate, di sentire voci e osservare ogni bambino come fosse una rara copia dei miei desideri, talmente semplici da non ricordare adesso neppure quali fossero. Ma altri erano già grandi e sembrava avessero già in mente di rovinare tutto, recitando la parte del cattivo che faceva paura di sera, quando ogni cosa si spegneva e dava luce agli incubi di sudate notti insonni. Un branco, qualcosa di istintivo, in contrasto con una base di umanità in attesa di scomparire o riaffiorare. Non sapevo come confrontarmi o rispondere agli strattoni, agli sgambetti, agli sputi e agli scarabocchi sui miei vestiti. Io volevo disegnare, giocare e sorridere, rincorrere gli uccelli correndo a perdifiato, e non scappare dai bulli ed essere inseguito da povere bestemmie. Mi picchiavano, e quasi mi vergogno a ritrovare nei cassetti questi ricordi. Il più delle volte riappaiono quando osservo mio figlio, quando lo accompagno a scuola aspettando che si chiuda quel mondo, così bello, ma anche così difficile, e tutto questo scuote la mia paura, e ho il terrore che l’innocenza di quegli anni possano divenire per lui una piccola prigione. Avevo gli occhiali, ero quattrocchi e non importava prendere a calci la mia montatura, prendere in giro la mia benda che ero costretto a sopportare per correggere quel maledetto strabismo, importava che loro sbavassero odio e si divertissero sulla mia pelle. Occhi storti, disallineati su un mondo che guardavo sfumato di paura e allegria, ero spesso preda, e mai cacciatore. Ma i cacciatori di cui leggevo nelle favole erano cattivi, e quindi non capivo, ma al tempo stesso non avevo il coraggio di confessare. E non parlavo, perché gli volevo bene, perché non volevo far preoccupare i miei genitori. Cadevo, dicevo di cadere, di inciampare, di essere salito su quelle montagne di terra da cui stare lontano per i ragni e i serpenti, e non so per quale diavoleria iniziai poco dopo ad amarli. Avevo amici immaginari, sorrido e mi spavento se ripenso a tutto quanto. Mi piaceva correre, ma odiavo scappare. Avevo il terrore di essere deriso davanti al maestro, a cui recitavo fiero le poesie a memoria. Ero preso di mira da carte gettate come pietre, con parole organizzate sottovoce, a fomentare risse fuori quei cancelli che trattenevano controvoglia la mia esuberante natura. Sono cresciuto in gabbia e ho imparato col tempo a prendere le misure, sulle apparenze e le persone, ma vorrei non aver perso la fede, la speranza di potersi fidare. Penso sempre a mio figlio, e credo che nonostante la presa di coscienza e la cultura a portata di mano, poco in questo tempo moderno sia cambiato. Se vogliono ti schiacciano, con il fisico, con le offese, con la violenza, perché a quella età sembra non bastare essere bambini, si dovrebbe nascere già grandi, e da vecchi, morire di rimpianti. A volte questo accade, e anche se la mente sembra reagire, pensare ad altro, sono cose che segnano e resteranno, e mi meraviglio di come non mi abbandonino neppure dopo trent’anni di distanza, in cui già non ricordo cosa ho mangiato ieri a pranzo. Infanzia, crocevia importante, di cose che verranno fissate come cemento nell’animo e di cui tutti dovremmo avere attenzione, curare con dolcezza e innaffiare con pazienza. La forza dovrebbe arrivare dalla condivisione, dall’istinto di scoprire giocando assieme, partendo dalle piccole cose, dall’imparare osservando le differenze che da adulti ci arricchiranno. Piangere deve essere solo per i capricci, per un gelato caduto, per un giocattolo non comprato alla fiera di paese, e non per essere stato buttato a terra calpestato da i tuoi stessi coetanei, da coloro che credevi amici. Così si brucia tutto, si cancella la speranza e si cambia il timore con la paura, l’istinto con l’angoscia e il terrore scavalca la voglia di scoperta, lasciandoci affogare nella solitudine che renderà instabile tutto il nostro percorso, e sarà la fine. Nessuno si salva da solo, dicevano, da soli si nasce, poi si cresce assieme, si sbaglia, si lotta, si reagisce e si continua a crescere. Si educa, si ricorda, si impara dagli errori e si continua crescere. Si invecchia, si cambia, ci si innamora, si diventa padre, e lui, il mio ragazzo, continua a crescere.

Ermanno Tamburrano

 

 

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Il fantasma del nostro amore

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Bene, mi ritrovo disperso non so neanche io dove, in questo tempo allungato verso il nulla. Tutto appare buio e fermo, eppure questa macchina del tempo sarebbe dovuta servire per riportarmi indietro. Il passato e il tuo ricordo mi hanno sospinto a cercare una soluzione pratica che le lacrime di disperazione alla tua morte non riuscivano più a darmi. Ho paura della solitudine. Ho il terrore di sentire il sibilo del vento sulla schiena e ricordarmi che ormai tu sei un fantasma.
Sei scomparsa nel nulla, senza mai parlare di quei problemi che la tua natura robotica ti portava a prevedere. Vedevi gli umani e gli automi convivere e amarsi, ma il tuo era un destrutturarsi, a poco a poco. Ti sei spenta e riaccesa più volte, fino a cambiare ogni tuo ingranaggio e ogni mia certezza. Io ti vedevo bella, speciale ed unica come mai nessuna donna, eppure tu sentivi il freddo nel tuo cuore di metallo. Per provare a fermare quel tuo gesto assurdo, che ha lacerato la mia anima, ho reinventato le regole quantistiche, estrapolato dalla fisica la natura di una foto, modificando ciò che tu avevi realizzato per dare vita ai ricordi. Sono tornato indietro, viaggiando nel tempo. Ora che sono di fronte a quel giorno tragico, mi vedo intrappolato fra catene e ragnatele che avvolgono il mio corpo sudato, e ragnatele che coprono il mio viso, lasciando le pupille vivide come ragni alla scoperta di una preda. Ansia e spasmi muscolari mi scuotono nella paura di rivederti e non poterci fare nulla. Immoto, sommerso da questo cotone appiccicoso, ti osservo ripetere quel gesto che al tempo avevo solo immaginato. Sei sola, fuori, macchine volanti non si accorgono di niente. Un tempo c’era il traffico a fermare gli animi annebbiati dei passanti, ora il cielo è aperto e povero di nuvole. E tra poco non resterà nulla anche di te. In solitudine ti cospargi di benzina, prendi fuoco come una supernova con quella foto stretta fra le mani. Siamo noi due, animo e metallo, le fiamme divampano e il fumo non lascia spazio ai desideri. Hai gli occhi aperti mentre senza neppure emettere un suono che io possa avvicinare ad una delle frasi che mi sussurravi prima di addormentarci, ti sciogli, rendendo liquido quello che resta ormai del nostro amore. Tremo, perché tornare indietro mi ha portato a vederti morire, a quando inventavo modi per essere sempre più vicini alla felicità, ma non mi accorgevo che dentro stavi accrescendo la consapevolezza del tuo destino, della tua natura. Ora che le ragnatele mi hanno quasi chiuso intravedo solo fumo. Te ne sei andata via così, sciogliendo quei nodi che ancora sento stretti e stanno per soffocarmi, togliendomi dalla mia memoria ogni nostro ricordo, per sempre.

Ermanno Tamburrano

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L’amore non esiste

l'amore

L’amore non esiste.

Vive in questo tempo

una sensazione che avvolge

e resiste alla forza.

Vento, placa questa

melodia, passa oltre,

lascia che sia ciò che

sento debba essere.

Non ti riconosco, indaco

solingo a voci sorde,

bruci, ari e scuoti lividi

di umida consolazione.

Persone, ombre e secche

gole, lingue lasciate asciugare

come tappeti al sole, e

tutto è fuori come prima.

Tu sei dentro, ti passo

accanto quando penso

e resisto al fascino

sapendo che l’amore

non esiste.

Ermanno Tamburrano

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Nostalgia

Kiev city. Ukraine. National botanical garden the name  of N.Grishko.

Avete presente l’attimo in cui restate soli, e non avete nessuno a cui chiamare o impegni programmati a riempire quella spirale che scivola verso il vostro animo bisognoso di solitudine. Bene, in quell’istante non abbiate fretta, sedetevi e lasciate che l’aspersa luce della penombra tratteggi l’atmosfera che vi servirà per assaporare la magia dei ricordi, la scoperta della nostalgia. Respirate affondo, arrotolate la camicia sopra i gomiti, mettetevi comodi su quella poltrona di pelle in soggiorno e chiudete gli occhi. Affondate tra i braccioli intarsiati dai fili che legano le vostre profonde emozioni al mogano dei mobili e costeggiate gli spigoli levigati dalle paure che vi portate dentro. Con le palpebre socchiuse, senza sforzarvi, osservate dalla finestra. Sto parlando di quel fioco bagliore, che come cotone si fa spazio fra le pareti e la vostra mano. Il buio questa volta non deve spaventarvi, abbiate pazienza, lasciate che i brividi di freddo si scaldino con gli spasmi del tempo che state srotolando dal vostro cuore. A te, amico, chiedo cosa vedi, cosa senti, cosa sei disposto a raccontarmi; qualunque cosa vuoi tirare fuori dal cappello va bene purché abbia la consistenza dei sogni più veri. Io vedo lei, guardo quel viale e il vento che frulla le foglie, libere e disordinate, vedo quella panchina di ferro scura e dietro, la sua bellezza così giovane, con alberi sempreverdi a ricordarmi il vigore di poter essere felice in eterno. Resto immobile, a distanza raccolgo il profumo della sua pelle chiara e muovo il passo nel tentativo di raggiungerla mentre i capelli svolazzano come una danza. La fontana al centro di questa villa è ferma al tempo zero, e non vi è acqua a solfeggiare di sottofondo una melodia che sappia donare note romantiche a questo mio desiderio. Si, perché nonostante stia viaggiando nel ricordo, immagino quel dettaglio di timidezza che vibra fra le mie labbra impazienti di un suo bacio, e mi illudo che tutto possa essere perfetto, immutabile come l’affresco di autunno inoltrato che vivo fra il tappeto di fronde quasi spoglie e l’aria frizzante. Ho l’iride colorato di speranza che annega nei suoi occhi vividi. Un fermo immagine l’attimo in cui lei sorride, io mi avvicino ascoltando i passi delle mie scarpe scure, sorvolate da un vecchio jeans dritto con i risvolti alti, portati alla moda con le mani in tasca a nascondere l’emozione e l’imbarazzo. Uno studio più nitido il suo viso soffice nell’orlo di un cappello decorato da una rosa. Le sue punte come steli biondi scivolano a irradiare il verde di quelle lacrime intrappolate fra i petali che nascondono la purezza di un sorriso nostalgico, che vorrei afferrare e possedere per sempre. Il soffio di levante disorienta, i miei occhiali sembrano appannarsi e ripulirsi a tempo con il mio respiro profondo nel tentativo di calmarmi. Ripasso sottovoce una proiezione di futuro scritta su un copione e sento mia la parte. Siedo sulla panchina, piano, quasi a rallentatore, non voglio rovinare nulla perché con la sua bellezza tutto gli appartiene, anche il mio cuore. Conosco il suo nome, non diciamo nulla, ci accomunano gli sguardi ma siamo estranei in questo meridiano curvo all’orizzonte. Il tempo decide di riformulare la distanza con lo spazio e tutto resta relativo. Poi il nulla, un fremito scuote la mia anima, protesa verso un ipotetico futuro che al risveglio, lascia solamente un tonfo sordo. La luce del mattino mi travolge, apro gli occhi nel presente e in quell’attimo sento di dover amare, perché lei ritornerà, come un fiume in piena, a ricordarmi che i sogni sono disegnati sulle emozioni che la nostalgia spesso riempie con matite colorate, e non potrai fare a meno di riguardarli ad occhi chiusi, quando fa più male.

Ermanno Tamburrano

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Sempiterni pini

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E mi innamoro, di ciò che vedo,

di ciò che tuona, di ciò che è mare.

Solfeggi di parole ondeggiano

nel meriggio cerato di pastello

al tramonto, e già mi pento di quello

che stasera a luci spente sospiravo.

Un tempo non troppo lontano

sorridevo e tornavo bambino, un attimo

prima di chiudere gli occhi su un mondo

che avanza nonostante io guardi sempre

più spesso i contorni di queste ombre.

Sono un uomo e i sentimenti mi scivolano

fra le mani, leggo nel vento le immagini

di solitarie sponde, riflesse di inutile

calma su acque macchiate dalla povera

gente che non si ferma a comprendere

ciò che lo circonda, così annega la speranza.

Lontano musica e parole trattengono

i tuoi sorrisi persi per sempre o forse

solo ideati dalla necessità che la natura

incastona su questo viale alberato

di fragole e sempiterni pini.

Ermanno Tamburrano

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Un treno

treno

Acqua cadde e acqua scivolò fra i rivoli di pietra,

fu notte fonda, fu abbaglio di pozzanghere

schizzate fuori dai tombini e fu silenzio.

Occhi chiusi si aprirono ai sogni

e agli incubi nascosti dietro le pesanti

tende sorrette dagli anelli dismessi

sui bastoni eretti dai passanti.

Un vociare indistinto si mescolava

al respiro legato al doppio gioco dei polmoni

e dello stomaco in subbuglio,

ancora arso dall’ansia e dalla rabbia.

La memoria si sgonfia come palloncini al sole,

le onde del mare sono ferme nel vento,

la sabbia è immota sul bagnasciuga e

tutto appare fermo,

come un quadro.

Un leggero sospiro di vento risale

e gonfia i ricordi, la spuma effervescente

riempie di bolle le onde che sbattono

e mescolano la sabbia, tutto è un calco,

e tutto rimane comunque scritto nelle impronte

che affondano nella nostra mente.

Un bisogno di reagire si scatena dietro l’impulso

di sinapsi involontarie legate alle emozioni forti

che si snodano in azioni, tutto continuerà,

tutto sarà nuovo, tutto travolgerà,

come un treno dal passato, ora pronto a partire

da quella stazione che severa osserva e aspetta,

senza dire o anticipare nulla.

Ermanno Tamburrano

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Carezze

tenerezza

Dattorno l’istinto, attento

a cogliere ogni sguardo,

pone un muro che

spesso mi protegge ma

altrettanto mi inchioda

a vivere le emozioni da

spettatore fuori tempo.

Le pause che assecondo

calcolando il rischio come

un matematico algoritmo,

hanno veicolato la mia

struttura negli anni ad

una prismatica visione

consapevole del dogma

profondo che scatena

come magma silente

le nostre reazioni.

Il risultato specchio

della perfezione

viene stravolto quando

decido di spegnere gli

allarmi e lasciare che una

mano scalfisca la mia corazza

con una carezza, e lì crollano

certezze e mi imbarazzo,

al contatto sento l’altro

comunicare senza filtri

quello che spesso sotto

i riflettori di queste maschere

per paura non confesso.

Accarezzami allora, ancora,

donami te stesso con

le dita, trascrivi i sensi

che vivi sulle impronte

che mi lasci quando scivoli

fra le mie guance e non

mi riconosco. Ne ho bisogno

anche se lo nego, e scusami

se a volte mi rifiuto di sentire

il tuo tocco a riscaldare

il freddo abbaglio

che avverto quando resto

solo e osservo me stesso

allo specchio mentendo

che la tua mano non esista.

Ermanno Tamburrano

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