Carezze

carezze

Indosso queste pantofole marroni, imbottite, perché nonostante il camino acceso sento il freddo nelle ossa. Stringo un altro nodo alla vestaglia per conservare in mente il ricordo che torno a vivere a quest’ora, mentre fuori il mondo dorme. Guardo le mie mani nella penombra che si affaccia al corridoio, leggo le frasi del tempo che passa e tra le rughe, come righe di fogli ingialliti trovo scritte stropicciate. Le muovo lente, scaldandole, levigando con i polpastrelli le falangi, arrotolandole fra il tremore degli anni e il timore di sbriciolare questo dono, per noi tanto prezioso. Il silenzio mi accompagna, le pareti su carta rossa si abbinano al parquet scuro che riflette il calore di questi quadri indefiniti. I miei occhiali, profondi, sono la cornice e la gabbia dello sguardo giovane che mi porto dentro. Fuori sono vecchio, decrepito e sordo, ma provo a sentire, immaginando, ricordando quando il televisore in bianco e nero era solo un modo per dare più colore alla speranza, quella che ancora oggi, di fronte a lei che dorme, mi batte forte dentro. I farmaci che prende la tengono in vita, rallentano la rabbia che gli sale quando vede quelle ombre, alte sulla sua testa cinerea, con i suoi occhi profondi sempre pronti a spegnersi nel vuoto che divora la sua mente. Il suo viso non cede al disegno degli anni, è solo più chiaro, angelico, e il contatto con la sua pelle mi dona ancora, come la prima volta, quel calore strano da raccontare, raro e rassicurante come i momenti che ogni notte mi concedo contro il parere dei medici in questa casa di riposo e di morte. Il suo respiro lento, nonostante non ci senta, mi suona famigliare dopo sessant’anni di matrimonio. Spoglio la sua mano e la stringo, sollevandola al petto. E’ armonia, e lo capisco dal suo accenno di sorriso ad occhi chiusi mentre provo a credere che stia sognando i momenti belli della nostra vita assieme. Come ogni sera, e come la prima sera, dopo il primo bacio, la mia mano ha in memoria quel gesto naturale che sostiene e culla il suo viso nella semplicità di una carezza. Quando mi avvicino e la sfioro, sento le mie dita aprirsi come pagine di un libro, passare da forma liquida a fuoco, da soffio caldo a terra che come argilla compatta il flusso del nostro amore. Apre gli occhi, spaventata che uno sconosciuto, suo marito, uno qualunque per la sua malattia che uccide i legami su cui si tendono i ricordi, le sia vicino e la stia toccando. Urla, poi si placa, resta immota, e la mia mano ritorna, sfiorandole il mento con il pollice e l’indice, risalendo verso le sue labbra che sento carnose nonostante sia sordo, e come un fiore alla luce si apre ed io continuo ad accarezzarla. Questa magia avviene ogni sera, a quest’ora, siamo a mezzanotte e la favola bella si manifesta, ancora una volta, in queste carezze che ricuciono gli assoni e lei più non si spaventa, ma si lascia cullare, abbandonandosi come cuscino fra le mie mani. Amava più le carezze dei baci, mi diceva e mi spiegava, per lei erano come tende mosse al vento ad accarezzare il cielo, sconfinato, come il tempo che si ferma ora nell’impronta che lascio su questa guancia lusingata dalle mani, che quando carezziamo un cuore più non tremano, sciolgono le paure, e lei questo, nonostante le pillole, i medici e l’Alzheimer non l’ha dimenticato.

Ermanno Tamburrano

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I miei monti

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Sono i nostri posti ad apparirci quando siamo quasi addormentati, a ricordarci il tempo, a ricoprire di nostalgia i nostri occhi sempre più irrequieti e stanchi. Io lo vedo, nitido, e qui mi siedo quasi a contemplarlo. L’immensità della cima la sento raggiungibile, appesa a pochi passi dai miei piedi fermi, in queste scarpe marroni a tono con il colore seppia che traspira ai bordi di questo sfumato ricordo. Il Gargano non ha memoria, quasi fermo aspetta ogni passo per essere esplorato come la prima volta. Ci tiene a far bella figura, riordinando fili d’erba sparsi, incastonando massi brulli che come panchine si perdono per lasciare a noi, la possibilità di sedere e godere dell’immenso panorama. Al vento non v’è riparo. Tutto è aria, e quando la tramontana stranisce nei pensieri già è sera, e il crepuscolo non dura che il tempo di stringersi da soli fra le braccia, perse nel golfo, delimitato da barche o gabbiani, o pesci, o puntini che l’immaginazione lascia scegliere agli occhi come un dono. San Giovanni Rotondo è il mio punto di partenza, e dove tutto ogni volta ritorna, con uno strano e congenito equilibrio. Risalgo inerpicandomi fra le curve, asciugando il legno dalla brina con le mani, un sussurro di voci interiori scuote il silenzio che le foglie avevano voglia di sentire, ed io non posso far altro che ritrovarmi in pace su questo spiano, con la croce a benedire la scalata e i ripetitori a lanciarmi un segnale di vita oltre le persone. Da ragazzo era il sentiero che cercavo tra la polvere, per confondere la realtà e ritrovarmi in una nuova dimensione, quasi spirituale. Anima viva, come gli animali che non vedevi ma sentivi attorno, e non ci pensi a come possano spostarsi in branco e non lasciare tracce, tu sei spettatore e non capisci, ma ti scuoti e sudi, ti scaldi e scappi, ti mostri e soffri, poi ti inginocchi e preghi che tutto mai finisca. Salutavo l’autunno e accoglievo la neve, aspettavo che la primavera bussasse col sole e poi l’estate era tutto un profumo e tutto si innamora. Questo è ciò che come sfondo dà il via al mio sogno, che non si placa e prende forma, che sospira assieme al mio ragazzo e non aspetta altro. Nei pantaloni corti mi sentivo forte e trafiggevo il cielo, di parole e musica, suonavo uno spartito incastonato su di un leggio in legno levigato. Fosse in bici o a piedi, nella leggera pioggia o con la speranza dei raggi, io mi arrotolavo nel fango cercando una strada che non fosse asfalto ma morbida terra, ed ora che ho la barba ancora ricordo il suo sapore misto di argilla e steli di cicoria. Il monte era la bandiera, alta e sicura contro ogni piccolo temporale, il nord dei navigatori, il sospiro dei sognatori e l’urlo dei cacciatori. Poiane e funghi, nuvole basse e nebbia, un destino comune come la pace dopo la guerra. E sono i miei monti e i miei sentieri, oggi lontani, ma forse più di ieri consapevole del loro inestimabile valore. Lì ho lasciato il mio essere bambino e torno sempre volentieri a scambiarci due parole. Oggi nevica, fuori tutto si colora, di bianco e contro ogni previsione vengono asciutte le siffatte sfumature. Le orme sono nuove, e come il tempo non si conta io mi sveglio e ci ripenso, al viaggio che affrontavo quando mi fermavo fuori dalla scuola, non entravo in attesa di scappare tra i miei monti, assenti fra le finestre chiuse e spente, trafitte da muri alti, difformi dai sentieri che avevo scelto di esplorare. Il ricordo è come una melodia che mi culla, che mi stanca, che mi lascia strascichi di lacrime e tempo oltre il quale non si perdona nulla. Tu sei dentro, io ti assorbo, e oltre quel velato immaginario non conservo neppure la minima apparenza di speranza. Non dovrò tornare, ciò che è stato non si costruisce sui desideri, ora è già futuro, il passato è alla base di questa montagna che porto dentro perché è quello che le mie radici un giorno racconteranno.

Ermanno Tamburrano

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Torna

Torna

Torna il mare,

con i suoi scrosci profondi,

con i suoi sguardi attenti,

con il vento a fare da soprabito

al corpo nudo che si dibatte sugli scogli.

Ti sento,

come voce fuori campo,

come cinepresa spenta,

come un filo che trattiene

la speranza e non perdona nulla.

Rispondi,

alle domande sulla vita,

alle parole che trascrivo,

dietro un cumulo di cenere

tutto è polvere, e tutto è niente.

Torna il mare,

come i sogni che rincorro,

nei profumi che sottraggo,

lascio andare i passi

col tempo sulla terra.

Ermanno Tamburrano

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Il mio ragazzo

1

I tempi a cavallo tra la scuola elementare e le medie mi sono rimasti impressi, cuciti addosso, stampati nella memoria. I motivi credo siano riconducibili ai ricordi che mi appaiono, nitidi, oggi più di ieri, come le figure che mi rilassavo a disegnare quando il maestro ci lasciava la libertà di immaginare. Ed io mi divertivo tanto. Alcuni miei compagni si annoiavano, pensando a chissà cosa, li vedevo strani, distanti. Ricordo il sole, e mentre cambiavo i colori fra le mani guardavo spesso fuori. Cercavo sempre di avere un banco che desse sul cortile, una finestra che mi permettesse di sognare, perché dopo un po’, lo devo ammettere, ascoltare la lezione mi stancava. Preferivo stare in mezzo ai ragazzi, o almeno era quello che ricercavo con entusiasmo, per fare nuove conoscenze. Questo nei primi anni, quando non potevi andare in classe senza grembiule e dovevi avere un borsellino ordinato, con uno zaino sulle spalle di libri immacolati. Volevo un contatto con altri bambini, scodinzolando fra le diversità come un cucciolo alla scoperta di nuovi odori, col suo naso a fare da lente d’ingrandimento sui poteri del creato. La mia famiglia mi ha sempre amato, ma loro erano una certezza, sapevo che sarebbero rimasti sempre nello stesso posto a volermi bene incondizionatamente. Ma sapevo e avevo intuito che non era quello il mondo. Il mondo era fuori, con gli estranei, mi sentivo come una calamita da loro attratto senza un motivo apparente. Avevo bisogno di conquiste, di carezze meritate, di sentire voci e osservare ogni bambino come fosse una rara copia dei miei desideri, talmente semplici da non ricordare adesso neppure quali fossero. Ma altri erano già grandi e sembrava avessero già in mente di rovinare tutto, recitando la parte del cattivo che faceva paura di sera, quando ogni cosa si spegneva e dava luce agli incubi di sudate notti insonni. Un branco, qualcosa di istintivo, in contrasto con una base di umanità in attesa di scomparire o riaffiorare. Non sapevo come confrontarmi o rispondere agli strattoni, agli sgambetti, agli sputi e agli scarabocchi sui miei vestiti. Io volevo disegnare, giocare e sorridere, rincorrere gli uccelli correndo a perdifiato, e non scappare dai bulli ed essere inseguito da povere bestemmie. Mi picchiavano, e quasi mi vergogno a ritrovare nei cassetti questi ricordi. Il più delle volte riappaiono quando osservo mio figlio, quando lo accompagno a scuola aspettando che si chiuda quel mondo, così bello, ma anche così difficile, e tutto questo scuote la mia paura, e ho il terrore che l’innocenza di quegli anni possano divenire per lui una piccola prigione. Avevo gli occhiali, ero quattrocchi e non importava prendere a calci la mia montatura, prendere in giro la mia benda che ero costretto a sopportare per correggere quel maledetto strabismo, importava che loro sbavassero odio e si divertissero sulla mia pelle. Occhi storti, disallineati su un mondo che guardavo sfumato di paura e allegria, ero spesso preda, e mai cacciatore. Ma i cacciatori di cui leggevo nelle favole erano cattivi, e quindi non capivo, ma al tempo stesso non avevo il coraggio di confessare. E non parlavo, perché gli volevo bene, perché non volevo far preoccupare i miei genitori. Cadevo, dicevo di cadere, di inciampare, di essere salito su quelle montagne di terra da cui stare lontano per i ragni e i serpenti, e non so per quale diavoleria iniziai poco dopo ad amarli. Avevo amici immaginari, sorrido e mi spavento se ripenso a tutto quanto. Mi piaceva correre, ma odiavo scappare. Avevo il terrore di essere deriso davanti al maestro, a cui recitavo fiero le poesie a memoria. Ero preso di mira da carte gettate come pietre, con parole organizzate sottovoce, a fomentare risse fuori quei cancelli che trattenevano controvoglia la mia esuberante natura. Sono cresciuto in gabbia e ho imparato col tempo a prendere le misure, sulle apparenze e le persone, ma vorrei non aver perso la fede, la speranza di potersi fidare. Penso sempre a mio figlio, e credo che nonostante la presa di coscienza e la cultura a portata di mano, poco in questo tempo moderno sia cambiato. Se vogliono ti schiacciano, con il fisico, con le offese, con la violenza, perché a quella età sembra non bastare essere bambini, si dovrebbe nascere già grandi, e da vecchi, morire di rimpianti. A volte questo accade, e anche se la mente sembra reagire, pensare ad altro, sono cose che segnano e resteranno, e mi meraviglio di come non mi abbandonino neppure dopo trent’anni di distanza, in cui già non ricordo cosa ho mangiato ieri a pranzo. Infanzia, crocevia importante, di cose che verranno fissate come cemento nell’animo e di cui tutti dovremmo avere attenzione, curare con dolcezza e innaffiare con pazienza. La forza dovrebbe arrivare dalla condivisione, dall’istinto di scoprire giocando assieme, partendo dalle piccole cose, dall’imparare osservando le differenze che da adulti ci arricchiranno. Piangere deve essere solo per i capricci, per un gelato caduto, per un giocattolo non comprato alla fiera di paese, e non per essere stato buttato a terra calpestato da i tuoi stessi coetanei, da coloro che credevi amici. Così si brucia tutto, si cancella la speranza e si cambia il timore con la paura, l’istinto con l’angoscia e il terrore scavalca la voglia di scoperta, lasciandoci affogare nella solitudine che renderà instabile tutto il nostro percorso, e sarà la fine. Nessuno si salva da solo, dicevano, da soli si nasce, poi si cresce assieme, si sbaglia, si lotta, si reagisce e si continua a crescere. Si educa, si ricorda, si impara dagli errori e si continua crescere. Si invecchia, si cambia, ci si innamora, si diventa padre, e lui, il mio ragazzo, continua a crescere.

Ermanno Tamburrano

 

 

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Il fantasma del nostro amore

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Bene, mi ritrovo disperso non so neanche io dove, in questo tempo allungato verso il nulla. Tutto appare buio e fermo, eppure questa macchina del tempo sarebbe dovuta servire per riportarmi indietro. Il passato e il tuo ricordo mi hanno sospinto a cercare una soluzione pratica che le lacrime di disperazione alla tua morte non riuscivano più a darmi. Ho paura della solitudine. Ho il terrore di sentire il sibilo del vento sulla schiena e ricordarmi che ormai tu sei un fantasma.
Sei scomparsa nel nulla, senza mai parlare di quei problemi che la tua natura robotica ti portava a prevedere. Vedevi gli umani e gli automi convivere e amarsi, ma il tuo era un destrutturarsi, a poco a poco. Ti sei spenta e riaccesa più volte, fino a cambiare ogni tuo ingranaggio e ogni mia certezza. Io ti vedevo bella, speciale ed unica come mai nessuna donna, eppure tu sentivi il freddo nel tuo cuore di metallo. Per provare a fermare quel tuo gesto assurdo, che ha lacerato la mia anima, ho reinventato le regole quantistiche, estrapolato dalla fisica la natura di una foto, modificando ciò che tu avevi realizzato per dare vita ai ricordi. Sono tornato indietro, viaggiando nel tempo. Ora che sono di fronte a quel giorno tragico, mi vedo intrappolato fra catene e ragnatele che avvolgono il mio corpo sudato, e ragnatele che coprono il mio viso, lasciando le pupille vivide come ragni alla scoperta di una preda. Ansia e spasmi muscolari mi scuotono nella paura di rivederti e non poterci fare nulla. Immoto, sommerso da questo cotone appiccicoso, ti osservo ripetere quel gesto che al tempo avevo solo immaginato. Sei sola, fuori, macchine volanti non si accorgono di niente. Un tempo c’era il traffico a fermare gli animi annebbiati dei passanti, ora il cielo è aperto e povero di nuvole. E tra poco non resterà nulla anche di te. In solitudine ti cospargi di benzina, prendi fuoco come una supernova con quella foto stretta fra le mani. Siamo noi due, animo e metallo, le fiamme divampano e il fumo non lascia spazio ai desideri. Hai gli occhi aperti mentre senza neppure emettere un suono che io possa avvicinare ad una delle frasi che mi sussurravi prima di addormentarci, ti sciogli, rendendo liquido quello che resta ormai del nostro amore. Tremo, perché tornare indietro mi ha portato a vederti morire, a quando inventavo modi per essere sempre più vicini alla felicità, ma non mi accorgevo che dentro stavi accrescendo la consapevolezza del tuo destino, della tua natura. Ora che le ragnatele mi hanno quasi chiuso intravedo solo fumo. Te ne sei andata via così, sciogliendo quei nodi che ancora sento stretti e stanno per soffocarmi, togliendomi dalla mia memoria ogni nostro ricordo, per sempre.

Ermanno Tamburrano

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L’amore non esiste

l'amore

L’amore non esiste.

Vive in questo tempo

una sensazione che avvolge

e resiste alla forza.

Vento, placa questa

melodia, passa oltre,

lascia che sia ciò che

sento debba essere.

Non ti riconosco, indaco

solingo a voci sorde,

bruci, ari e scuoti lividi

di umida consolazione.

Persone, ombre e secche

gole, lingue lasciate asciugare

come tappeti al sole, e

tutto è fuori come prima.

Tu sei dentro, ti passo

accanto quando penso

e resisto al fascino

sapendo che l’amore

non esiste.

Ermanno Tamburrano

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Nostalgia

Kiev city. Ukraine. National botanical garden the name  of N.Grishko.

Avete presente l’attimo in cui restate soli, e non avete nessuno a cui chiamare o impegni programmati a riempire quella spirale che scivola verso il vostro animo bisognoso di solitudine. Bene, in quell’istante non abbiate fretta, sedetevi e lasciate che l’aspersa luce della penombra tratteggi l’atmosfera che vi servirà per assaporare la magia dei ricordi, la scoperta della nostalgia. Respirate affondo, arrotolate la camicia sopra i gomiti, mettetevi comodi su quella poltrona di pelle in soggiorno e chiudete gli occhi. Affondate tra i braccioli intarsiati dai fili che legano le vostre profonde emozioni al mogano dei mobili e costeggiate gli spigoli levigati dalle paure che vi portate dentro. Con le palpebre socchiuse, senza sforzarvi, osservate dalla finestra. Sto parlando di quel fioco bagliore, che come cotone si fa spazio fra le pareti e la vostra mano. Il buio questa volta non deve spaventarvi, abbiate pazienza, lasciate che i brividi di freddo si scaldino con gli spasmi del tempo che state srotolando dal vostro cuore. A te, amico, chiedo cosa vedi, cosa senti, cosa sei disposto a raccontarmi; qualunque cosa vuoi tirare fuori dal cappello va bene purché abbia la consistenza dei sogni più veri. Io vedo lei, guardo quel viale e il vento che frulla le foglie, libere e disordinate, vedo quella panchina di ferro scura e dietro, la sua bellezza così giovane, con alberi sempreverdi a ricordarmi il vigore di poter essere felice in eterno. Resto immobile, a distanza raccolgo il profumo della sua pelle chiara e muovo il passo nel tentativo di raggiungerla mentre i capelli svolazzano come una danza. La fontana al centro di questa villa è ferma al tempo zero, e non vi è acqua a solfeggiare di sottofondo una melodia che sappia donare note romantiche a questo mio desiderio. Si, perché nonostante stia viaggiando nel ricordo, immagino quel dettaglio di timidezza che vibra fra le mie labbra impazienti di un suo bacio, e mi illudo che tutto possa essere perfetto, immutabile come l’affresco di autunno inoltrato che vivo fra il tappeto di fronde quasi spoglie e l’aria frizzante. Ho l’iride colorato di speranza che annega nei suoi occhi vividi. Un fermo immagine l’attimo in cui lei sorride, io mi avvicino ascoltando i passi delle mie scarpe scure, sorvolate da un vecchio jeans dritto con i risvolti alti, portati alla moda con le mani in tasca a nascondere l’emozione e l’imbarazzo. Uno studio più nitido il suo viso soffice nell’orlo di un cappello decorato da una rosa. Le sue punte come steli biondi scivolano a irradiare il verde di quelle lacrime intrappolate fra i petali che nascondono la purezza di un sorriso nostalgico, che vorrei afferrare e possedere per sempre. Il soffio di levante disorienta, i miei occhiali sembrano appannarsi e ripulirsi a tempo con il mio respiro profondo nel tentativo di calmarmi. Ripasso sottovoce una proiezione di futuro scritta su un copione e sento mia la parte. Siedo sulla panchina, piano, quasi a rallentatore, non voglio rovinare nulla perché con la sua bellezza tutto gli appartiene, anche il mio cuore. Conosco il suo nome, non diciamo nulla, ci accomunano gli sguardi ma siamo estranei in questo meridiano curvo all’orizzonte. Il tempo decide di riformulare la distanza con lo spazio e tutto resta relativo. Poi il nulla, un fremito scuote la mia anima, protesa verso un ipotetico futuro che al risveglio, lascia solamente un tonfo sordo. La luce del mattino mi travolge, apro gli occhi nel presente e in quell’attimo sento di dover amare, perché lei ritornerà, come un fiume in piena, a ricordarmi che i sogni sono disegnati sulle emozioni che la nostalgia spesso riempie con matite colorate, e non potrai fare a meno di riguardarli ad occhi chiusi, quando fa più male.

Ermanno Tamburrano

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