Un treno

treno

Acqua cadde e acqua scivolò fra i rivoli di pietra,

fu notte fonda, fu abbaglio di pozzanghere

schizzate fuori dai tombini e fu silenzio.

Occhi chiusi si aprirono ai sogni

e agli incubi nascosti dietro le pesanti

tende sorrette dagli anelli dismessi

sui bastoni eretti dai passanti.

Un vociare indistinto si mescolava

al respiro legato al doppio gioco dei polmoni

e dello stomaco in subbuglio,

ancora arso dall’ansia e dalla rabbia.

La memoria si sgonfia come palloncini al sole,

le onde del mare sono ferme nel vento,

la sabbia è immota sul bagnasciuga e

tutto appare fermo,

come un quadro.

Un leggero sospiro di vento risale

e gonfia i ricordi, la spuma effervescente

riempie di bolle le onde che sbattono

e mescolano la sabbia, tutto è un calco,

e tutto rimane comunque scritto nelle impronte

che affondano nella nostra mente.

Un bisogno di reagire si scatena dietro l’impulso

di sinapsi involontarie legate alle emozioni forti

che si snodano in azioni, tutto continuerà,

tutto sarà nuovo, tutto travolgerà,

come un treno dal passato, ora pronto a partire

da quella stazione che severa osserva e aspetta,

senza dire o anticipare nulla.

Ermanno Tamburrano

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Carezze

tenerezza

Dattorno l’istinto, attento

a cogliere ogni sguardo,

pone un muro che

spesso mi protegge ma

altrettanto mi inchioda

a vivere le emozioni da

spettatore fuori tempo.

Le pause che assecondo

calcolando il rischio come

un matematico algoritmo,

hanno veicolato la mia

struttura negli anni ad

una prismatica visione

consapevole del dogma

profondo che scatena

come magma silente

le nostre reazioni.

Il risultato specchio

della perfezione

viene stravolto quando

decido di spegnere gli

allarmi e lasciare che una

mano scalfisca la mia corazza

con una carezza, e lì crollano

certezze e mi imbarazzo,

al contatto sento l’altro

comunicare senza filtri

quello che spesso sotto

i riflettori di queste maschere

per paura non confesso.

Accarezzami allora, ancora,

donami te stesso con

le dita, trascrivi i sensi

che vivi sulle impronte

che mi lasci quando scivoli

fra le mie guance e non

mi riconosco. Ne ho bisogno

anche se lo nego, e scusami

se a volte mi rifiuto di sentire

il tuo tocco a riscaldare

il freddo abbaglio

che avverto quando resto

solo e osservo me stesso

allo specchio mentendo

che la tua mano non esista.

Ermanno Tamburrano

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Nostalgia

nostalgia

Il tempo un tempo era

una pausa troppo lunga,

fuoriuscivi dagli argini

e faticavi a contenere

l’istinto di pensare al

momento in cui tutto

questo sarebbe stato

visto come nostalgia.

Ora ti fermi e guardi

indietro, mentre avanzi

con l’ansia di non vivere

abbastanza, sembra

che tutto sfugga al tuo

controllo ma è solo

il tempo con i suoi

ingannevoli rimpianti.

Il presente e la tua ombra

sono scudo di questa

battaglia, eterna, combattuta

a mani nude senza armi,

con la paura e la voglia

di tornare indietro

nonostante indietro

non si torni, mai.

Copriti di nostalgia

quando avrai freddo,

ma scaldati vivendo

sogni che diano luce

al buio che ci portiamo

dentro, sempre.

Ermanno Tamburrano

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Sbarre

carmelo

Scivoli e ti arrampichi su queste

fughe lasciate asciugare dal vento,

seguendo con le dita il ruvido che graffia

le impronte specchio della tua identità

in frantumi. Il ferro in verticale corre

verso il cielo, fissando nel cemento

le radici che non vestono coriandoli

di ruggine, lui è eterno, tu l’anello

debole. L’abbaglio sfugge al riflesso

dei pensieri sempre più schiavi di

sogni ricorrenti, il buio colora questa

bara e si respira la pazzia dell’uomo.

Filtri di polvere danno consistenza

all’aria pesante che grave, si annida

fra gli alveoli di queste parole graffiate

dalle tue mani insanguinate. Una corda

si snoda fra il crepuscolo e la notte fonda,

dove i rumori di passi e i colpi di tosse

conciliano il sonno, rotto spesso dal silenzio

assordante celato dietro tante sbarre.

L’odore di muffa filtra nelle ossa,

il lungo corridoio sorvolato da una rete

cattura ogni tentativo di fuga e ribellione,

sei uno su un milione, non abbastanza

per fare differenza. Pesante è l’ordine

da conservare in questo cubo dove le facce

sono maschere incatenate ai volti

sovrapposti a storie seppellite.

Io di guardia, tu solo in cella, il trono

di vimini ti sorregge mentre resti in piedi,

leghi le tue grida nel silenzio scalciando

la rabbia e trovando la pace, io conosco

la tua voce, e lascio, potendo scegliere,

che la speranza di libertà

prenda il sopravvento.

Ermanno Tamburrano

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Corde

chitarra-acustica-corde

Sale, piano si aggrappa

al suono che trascina

e strappa la favola che prima

cantava quand’ero bambino.

Le dita pizzicano corde,

la melodia accarezza la mia mano

stretta alla tua presa forte, e sorrido,

perché la musica vola all’orizzonte.

Fischio con gli occhi lucenti,

tra le pause che assaporo

quando torno a quei momenti

che passati, ritrovo nel tempo.

Immagino la strada, mi guardo

attorno sussurrando qualcosa

di nuovo, chiedo al vento, piano,

ma non trovo la tua mano.

Le luci si alternano alla ricerca

di un motivo che dia un senso,

non chiede voce la speranza,

si alza nell’albore all’improvviso.

Chiara, come questa luna

che non mi abbandona e mi

culla, tra le foto ritagliate

e ricucite ad una ad una.

Sogno, anche quando mi addormento

immagino e vivo quei tormenti,

che battono e non mi lasciano

tranquillo, ma tanto ti conosco

e ti aspetterò, nonostante

il destino suoni una chitarra

dalle corde pizzicate.

Ermanno Tamburrano

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Piano

 

piano

Ascolta, non preoccuparti

del buio e apri gli occhi.

Osserva, attendi paziente

che la luce si faccia spazio

tra i dettagli messi a fuoco.

Pensa alla forza di penetrare

oltre l’oscurità e di ricavare

colori dai particolari a cui

vogliamo prestare attenzione.

Le forme sono sfumate

dai sogni e dai desideri,

dalle paure e dalla voglia

di vedere oltre le tenebre.

Il piano, se non girerai spartito,

batterà in eterno la melodia

nostalgica come il tonfo

di porte che si chiudono

dietro abbandoni mai

dimenticati.

Ermanno Tamburrano

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Nadia

Vincent_Willem_van_Gogh_-_Cafe_Terrace_at_Night_(Yorck)

Mi siedo, inclino la testa quel tanto che basta per poggiarmi al finestrino.

Sto viaggiando.

In realtà sto fuggendo, ma non chiedetemi da cosa.

Questa valigia dovrebbe contenere delle speranze, invece è piena di aspettative arrotolate per creare più spazio con il vuoto. Se solo ci penso mi manca il respiro.

Oggi sono solo, è stata una mia scelta, forse l’unica per la quale meriti una gloriosa uscita di scena. Eppure mi emoziona ancora quel gatto che mi attraversa la strada di scatto, e mi guarda furtivo negli occhi, prima di tornarsene nella sua libertà domestica. Sono quasi arrivato e già piove, questo inizio bagnato per me che sono superstizioso non promette nulla di buono. Dovrei ringraziare almeno sei persone per questo nuovo lavoro, invece mi maledico per aver seguito ancora una volta le loro stupide regole.                                Sorridono divertiti, io faccio partire la mia recita da quattro soldi, buona soltanto a pagare un altro calice di vino. Mentre parlo senza ascoltarmi, mi guardo attorno. Ho una buona memoria visiva, ma quella tutti l’abbiamo, da quel punto di vista non mi reputo tanto distante da queste persone. Sono circondato da quadri, Van Gogh e Monet si contendono le pareti in questi ottanta metri quadri dal profumo medievale, le cornici di cartongesso sembrano ingrigite sotto quei faretti a risparmio energetico ed io appaio nella penombra come un manga sfumato al carboncino.                                                                                            Tutti mi fissano, mi toccano, mi stringono le mani senza il minimo rispetto; credetemi vorrei scappare in Giappone. Continuano a chiedermi consigli, ma forse non sanno che sono l’ultima persona a cui affidarsi per risolvere i problemi. Di solito, invece, sono molto bravo a ficcarmi nei casini. Lo so, tendo spesso a divagare, forse per questo Nadia mi sta trascinando via. Sapevo di dover fare una buona impressione, ma non ho resistito a mettere in bella vista i miei tatuaggi.                                                                                                     Ha chiuso la porta a chiave, tirando la maniglia con forza ha reso questo letto più intimo dell’aula di tribunale dove ci siamo separati. Cosa vuoi che dica se non abbiamo avuto figli, è la natura umana averne, ma non il nostro destino evidentemente. Ed ecco che mi rinfaccia il fatto di non averci creduto abbastanza, come se bastasse pensare intensamente a qualcosa per farlo avverare. Vorrei sapere perché ci fanno crescere con queste stupide favole. A volte lo spettro delle infinite sinapsi che negli anni ci travolgono, cambiano le curiosità in scontate certezze.                                                                                                           Sfumo la mia falsa compassione, le accarezzo i capelli, lascio che le mie dita circoscrivano quel viso così bello, ma non vado oltre la sua spalla sinistra. Ha quasi finito di piangere, le succede ogni volta che mi vede: prima si arrabbia, poi le lacrime si mettono in fila e infine prova a scrollare con un abbraccio la mia corazza.

Poggio la mia valigia al piano superiore, che poi è una mansarda spiovente, dove lo sgranchirsi del mattino è sostituito dal roteare giù dal letto se non ci si vuole far male. Vi confido che non so se a distanza di un anno, il tradimento di Nadia, sia ancora così evidente tanto da stare attenti a dove si passa la testa. Eppure in quei momenti, quando appena svegli o prima di addormentarsi ci fermiamo a pensare, immagino dal passato il futuro, e provo una strana nostalgia. A seconda dei giorni vedo un po’ di luce, ma ultimamente, e forse troppo spesso, il buio sta spegnendo ogni speranza.

Ermanno Tamburrano

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